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#RigenerazioneUrbana. Aspetti energetici e la protezione sismica

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RigenerazioneUrbana. Aspetti energetici e la protezione sismica
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di Alessandro Martelli, membro della Commissione Ambiente del Distretto 2072 del Rotary, presidente GLIS e Vicepresidente ASSISi.

All'interno del Tecnopolo dell’Università di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) (in foto) si è tenuto il giorno 13 febbraio  il Convegno «Rigenerazione Urbana», organizzato congiuntamente dal Distretto 2072 (Emilia-Romagna e San Marino) del Rotary International, dall’analogo Distretto del Rotaract, dall’UNIMORE e dall’ENEA, con la collaborazione dell’Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (PPC) della Provincia di Modena (che ha assicurato 4 crediti formativi professionali agli architetti italiani partecipanti) e della Fondazione Architetti di Reggio Emilia.

I punti salienti del convegno

Il convegno ha riscosso il gradimento unanime di tutti i presenti (un centinaio), proponendo all'attenzione della comunità temi e soluzioni su problemi di grande attualità: gli aspetti energetici e la protezione sismica sono due obiettivi da perseguire congiuntamente, nella progettazione sia dei nuovi edifici che di interventi su quelli esistenti. Difatti, se è curato soltanto uno dei due aspetti, il rischio è di adottare misure controproducenti per l’altro. Inoltre, rendere un edificio efficiente dal punto di vista energetico spesso implica l’adozione di sistemi ed apparecchiature assai vulnerabili al sisma: pertanto, trascurarne la protezione dal terremoto mette a repentaglio investimenti notevoli. Purtroppo, di questo mio parere, ben pochi, almeno sino ad ora, hanno tenuto conto e si continua usualmente a trattare, erroneamente, i due argomenti separatamente.

Più in generale, è da sottolineare che la rigenerazione urbana è un processo articolato, che passa attraverso attività finalizzate, oltre che alla messa in sicurezza e rigenerazione del patrimonio edilizio (in particolare nelle zone a rischio sismico e idrogeologico), anche alla riduzione del consumo del suolo e degli sprechi energetici ed idrici, alla rivalutazione degli spazi pubblici e del verde urbano ed alla razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti.

La rigenerazione urbana riguarda gli interventi di natura culturale, sociale, economica, ambientale, architettonica e strutturale finalizzati ad un incremento della qualità della vita nelle aree soggette a trasformazione. Proprio una visione comprensiva ed integrata della rigenerazione urbana, comunicata con un linguaggio divulgativo per favorirne la massima comprensione ai partecipanti, è stata al centro del convegno di Modena.

Come è stato già sottolineato durante il convegno, la quotidianità della vita dell’uomo ovviamente incide sull’ambiente, ma alcuni dati testimoniano quanto l’incidenza delle diverse problematiche trattate a Modena stia aumentando:
• sono attribuibili ai consumi domestici il 16% dell’acqua consumata sul pianeta, il 30% dei rifiuti solidi urbani prodotti, il 50% delle emissioni di anidride carbonica, anidride solforosa, biossido di azoto, gas che contribuiscono all’effetto serra, nonché il 37% dei consumi a livello mondiale di energia;
• la progressiva espansione delle aree urbanizzate comporta una forte accelerazione del processo di impermeabilizzazione del suolo, la principale causa di degrado del suolo in Europa (il suolo consumato pro-capite è passato dai 167 metri quadrati del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 metri quadrati nel 2013);
• tra il 2008 e il 2013 il fenomeno suddetto ha riguardato mediamente 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i 6 e i 7 metri quadrati irreversibilmente persi ogni secondo (a livello nazionale il suolo consumato è passato dal 2,7% degli anni 1950 al 7,0% del 2014);
• negli ultimi 10 anni, il consumo energetico a livello mondiale ha stabilito un incremento pari al 20% contro un aumento della popolazione del 12% (in Italia i due settori che consumano maggiormente energia sono quello dei trasporti e quello del terziario e residenziale);
• in 2.500 anni, l’Italia è stata interessata da oltre 30.000 terremoti di intensità superiore al IV-V grado della scala Mercalli, e da circa 560 eventi di intensità uguale o superiore all’VIII grado Mercalli; solo nel XX secolo, 7 terremoti hanno avuto una magnitudo uguale o superiore a 6,5 (X e XI grado Mercalli);
• è ormai assodato, da indagini conoscitive ufficiali sullo stato della sicurezza sismica in Italia (ad esempio, nel 2012, dall’«Indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza sismica in Italia» della Camera dei Deputati), che il 70-80% dell’edificato italiano non è in grado di resistere a terremoti già avvenuti in passato.

Le tecnologie per rendere sismicamente sicuro l’edificato suddetto esistono ormai da tempo, anche in Italia e, per capire l’importanza della prevenzione, effettuabile grazie all’uso di tali tecnologie, basti ricordare, oltre al risparmio di vite umane, che riparare o ricostruire dopo un terremoto costa almeno il triplo.

Per quanto attiene alla prevenzione sismica (argomento con cui si è aperto il convegno di Modena), è poi bene ricordare anche quanto segue.

(1) Ogni rischio naturale (incluso quello sismico, ma non dimentichiamoci di quello idrogeologico, ad esempio) è la combinazione di almeno 3 parametri: - la pericolosità (che per il terremoto è il movimento del terreno che ci si può attendere in una data zona, definita in funzione della sua “ritenuta certezza” – Maximum Credible Earthquake, MCE – o della probabilità con cui si stima, con il 10% di errore, che esso possa avvenire entro un determinato periodo, da 50 anni in su); - la vulnerabilità (che per il terremoto è la capacità delle strutture presenti in tale zona di resistere fino al movimento del terreno suddetto); - l'esposizione, che descrive l'importanza delle strutture in senso lato, cioè in base: a) al valore dei loro contenuti (si pensi, ad esempio, alle scuole, agli ospedali ed ai musei), b) alle conseguenze del loro danneggiamento (si pensi, ad esempio, agli ospedali, alle prefetture ed agli altre edifici essenziali per la protezione civile, se essi non restano operativi dopo il terremoto) e c) alle conseguenze del loro collasso (si pensi, ad esempio, al crollo dei ponti, che rende difficoltosi i soccorsi, e, soprattutto, ai gravissimi disastri anche ambientali che possono derivare dal collasso di impianti non solo nucleari - che non abbiamo più - ma anche chimici a rischio di incidente rilevante (RIR) - che abbiamo eccome, anche in zone ad elevata pericolosità sismica, come, ad esempio a Priolo-Gargallo ed a Milazzo in Sicilia).
(2) Quanto alla pericolosità sismica (che è definita dai sismologi, che fanno parte dei i geologi), gran parte del territorio italiano è stato, è e nuovamente sarà soggetto a terremoti, anche violenti (si stima fino a magnitudo 7,5 in Calabria meridionale e in Sicilia Sudorientale).
(3) Circa a Regioni come l’Emilia, contrariamente a quanto l'opinione pubblica da tempo "credeva" (dimenticando la storia) fino ai due eventi di maggio 2012 (avvenuti a pochi giorni l’uno dall’altro), anch’essa non è affatto esente dal rischio sismico, sebbene i terremoti passati risultano, in tale Regione, essere stati meno violenti rispetti ad altre zone italiane e quelli “significativi” più rari che non in altre zone italiane (però si ricordino non solo i 4 anni di continui terremoti del 1570 nel ferrarese, ma anche l'evento ancore più violento, con epicentro nel veronese e di magnitudo probabilmente superiore a 6,4, che rase al suolo l'intera pianura padana - da Bologna, a Milano, a Belluno - nel 1117, provocando oltre 30.000 morti).
(4) Circa la magnitudo, si ricordi che essa non è lineare, bensì logaritmica: l’incremento di 1 grado significa un’accelerazione del terreno 10 volte maggiore ed un’energia sviluppata dal terremoto 32 volte maggiore.
(5) Che i terremoti siano in Emilia rari non vuol che in tale Regione si possa restare star tranquilli per 500 anni prima di avere nuovamente un terremoto significativo come i due del 2012 (infatti, soprattutto per gli eventi rari, è assolutamente errato basarsi sul cosiddetto "periodo di ritorno" dei terremoti: sono noti troppo pochi eventi per fare una statistica affidabile).
(6) Tra l’altro esistono tuttora gravi incertezze sulla pericolosità sismica del territorio italiano (i sismologi continuano a litigare fra loro).
(7) Circa la vulnerabilità sismica, come si è già ricordato, è ormai assodato (si veda la già citata «Indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza sismica in Italia», effettuata nel 2012 dalla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati e promossa e portata avanti con la mia collaborazione) che il 70-80% dell’edificato italiano non è in grado di resistere ai terremoti ai quali potrebbe risultare soggetto (e, prima poi, con molto probabilità, risulterà soggetto, se non altro perché questi sono già avvenuti in passato).
(8) Se non esistesse la suddetta situazione, non ci preoccuperebbero troppo le incertezze sulla pericolosità sismica di cui al punto (6).
(9) La gravissima situazione riguardante la vulnerabilità sismica in Italia è una conseguenza della mancanza di percezione, in Italia e a tutti i livelli (cioè a partire dell'opinione pubblica, fino ad arrivare alle Istituzioni), dei rischi (in particolare, ma non solo, sismico).
(10) Ad aggravare la situazione italiana summenzionata sono il nostro notevolissimo patrimonio culturale (comprese le opere d’arte contenute in musei assai vulnerabili) ed i nostri impianti chimici RIR, pure sismicamente assai vulnerabili e, inoltre, con elevatissima esposizione, situati anche in zone ad elevata pericolosità sismica e/o relativa a maremoti (ad esempio a Priolo-Gargallo ed a Milazzo).
(11) La conseguenza di quanto riportato al punto (9) è la perdurante mancanza, in Italia, di adeguate politiche di prevenzione (in particolare, ma non solo, sismica).
(12) Ormai esistono e sono largamente applicati, anche in Italia, efficaci moderni sistemi antisismici (di isolamento sismico, di dissipazione d’energia, ecc.) e moderne tecniche di rinforzo delle strutture. Tali sistemi e tecniche: a) sono in grado di accrescere fortemente la sicurezza delle costruzioni, proteggendo anche gli elementi non strutturali e le apparecchiature contenute ed eliminando, o quantomeno riducendo, il panico (specialmente quando è utilizzato l’isolamento sismico); b) possono essere utilizzati sia per le nuove costruzioni sia per quelle esistenti (incluse, anche se con particolari accorgimenti, quelle monumentali); c) per le normali costruzioni l’uso di tali tecnologie comporta costi aggiuntivi di costruzione limitati, quando non assenti.
(13) Non vi è dunque, ormai più, alcuna scusa per non utilizzare i sistemi e le tecniche succitati, cioè per ritenere che nulla si possa fare contro il terremoto.
(14) Anche volendo assurdamente trascurare l’obiettivo principale di tali adeguate politiche di prevenzione (cioè le nuove vittime che si possono evitare), si ricordi (come si è già sottolineato) che riparare o ricostruire dopo un terremoto costa il triplo di quanto si deve spendere intervenendo di esso grazie alle moderne tecnologie (e per il rischio idrogeologico, ad esempio 5 volte tanto).
(15) Utilizzando le moderne tecnologie antisismiche (ma correttamente – cosa, purtroppo, che con sempre avviene – si vedano le note successive), dal terremoto ci si può proteggere, eccome: lo dimostra, senza tema di smentita, l’esperienza di altri paesi (come, ad esempio, il Giappone), che, pur essendo periodicamente colpiti da eventi ben più violenti di quelli italiani, ne escono quasi sempre con vittime e danni assai limitati.
(16) Per attuare le suddette corrette politiche di prevenzione, è ovviamente indispensabile non solo intervenire (correttamente) su quanto è già stato danneggiato da terremoti, ma agire anche sull’esistente non ancora da essi colpito, tramite l’installazione di sistemi d’isolamento sismico in fase preventiva, cosa che permette, fra l’altro, di limitare molto l’interruzione dell’operatività della costruzione (ciò è particolare interesse, ad esempio, nel caso degli ospedali, le cui attività non possono essere agevolmente spostate).
(17) I dispositivi antisismici (in particolare quelli di isolamento) devono essere accuratamente scelti, qualificati, accettatati ed installati.
(18) Occorre anche garantire che tali sistemi mantengano la loro efficacia per l’intera vita utile della costruzione (è inutile dare una Ferrari senza benzina, magari a chi non sa neppure guidare!).
(19) Anche in Italia, occorre finalmente distinguere tra l’edificato realmente “antico” e quello semplicemente “vecchio”, demolendo quest’ultimo e ricostruendolo in modo tale che esso garantisca la sicurezza sismica (contrariamente a quanto attualmente avviene, anche per la miopia di numerose Sovrintendenze, oltre che per leggi ormai superate).
(20) Ciò vale, per gli edifici ospitati in edifici “vecchi”, soprattutto (ma non solo) per quelli: a) strategici, come, ad esempio, gli ospedali e rilevanti per la protezione civile (edifici che dovrebbero restare operativi dopo un terremoto, anche forte); b) pubblici, in particolare per le scuole, che dovrebbero restare totalmente integre dopo un terremoto, anche violento, perché esse contengono il futuro di ogni comunità).
(21) Circa gli interventi sull’esistente, il cosiddetto “miglioramento sismico” è inaccettabile per edifici pubblici come le scuole od edifici strategici.
(22) Per le scuole esistenti, in particolare, occorre un vero e proprio “adeguamento sismico”, tale, cioè, da assicurarne lo stesso livello di sicurezza che hanno scuole di nuova costruzione.
(23) Per quanto attiene a scuole, ospedali ed altri edifici strategici e pubblici che sono attualmente ospitati in edifici monumentali che non sia possibile adeguare sismicamente, è indispensabile spostare le funzioni di tali edifici in altri che siano totalmente sicuri.
(24) Infine, per quanto riguarda gli impianti chimici RIR, è necessario che si valuti con la massima urgenza la vulnerabilità di quelli esistenti (in particolare in Sicilia, a Priolo-Gargallo e Milazzo), si definisca, finalmente, un’adeguata normativa (sia per gli impianti di nuova costruzione che per gli interventi su quelli esistenti) e si proceda, finalmente, ai necessari interventi di messa in sicurezza dei componenti esistenti che lo richiedano.

Chi ha organizzato il convegno

L’evento è stato patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna, dal Comune di Modena, dall’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna (UNIBO), dall’Università degli Studi di Ferrara (UNIFE), dall’associazione nazionale GLIS («GLIS – Isolamento ed altre Strategie di Progettazione Antisismica»), dalla Sezione Territoriale dell’Europa Occidentale dell’«Anti-Seismic Systems International Society» (ASSISi), dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Bologna e dagli Ordini degli Ingegneri delle Provincie di Bologna e Modena. Importanti contributi, che hanno permesso lo svolgimento del convegno, sono stati assicurati dalle società BBOX - Sistema di Monitoraggio Sismico, AeC COSTRUZIONI srl., Ing Ferrari Costruzioni Impianti e Service SPA e Last Minute Market.

Chi ha partecipato

Come previsto, dopo gli indirizzi di saluto, portati dal Dott. Paolo Pasini (Governatore del Distretto 2072 del Rotary International), dal Prof. Angelo O. Andrisano (Magnifico Rettore dell’UNIMORE) e dalla Dott.ssa Anna Maria Vandelli (Assessore all’Urbanistica, Edilizia, Politiche abitative ed Aree produttive del Comune di Modena) ed una mia breve introduzione (nella mia qualità di membro della Commissione Ambiente Distretto 2072 Rotary International, nonché di Presidente del GLIS e Vicepresidente dell’ASSISi), il convegno si è articolato in due sessioni. La prima è stata presieduta dai Proff. Vincenzo Mallardo (Dipartimento di Architettura, UNIFE, socio del GLIS) ed Angelo Marcello Tarantino (Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari, UNIMORE) ed ha incluso interventi del Prof. Loris Vincenzi (Dipartimento di Ingegneria "Enzo Ferrari", UNIMORE) su «Sicurezza strutturale e vulnerabilità sismica: analisi dei danni provocati dal sisma in Emilia del 2012», del Cap. Ing. Gianluigi Cimino (6° Reparto Infrastrutture dell’Esercito, Past President del Rotaract Club Bologna Est, dottorando all’UNIBO e socio del GLIS e dell’ASSISi) su «Moderne tecnologie antisismiche», del Prof. Filippo Boschi (Dipartimento di Architettura, UNIFE) su «Rigenerazione urbana e patrimonio culturale» e dell’Arch. Elena Candigliota (Centro Ricerche ENEA di Bologna) su «Tecniche geomatiche innovative per l’analisi urbana e la salvaguardia del patrimonio culturale». La seconda, presieduta dal Prof. Fabio Fava (Commissione Ambiente del Distretto 2072 del Rotary e Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell’UNIBO) e dall’Massimo Forni (Centro Ricerche ENEA di Bologna e Segretario Generale del GLIS e dell’ASSISi), ha incluso interventi dell’Ing. Massimiliano Francone (Soluzioni Grandi Clienti, ENEL Energia) su «Proposte ENEL per illuminazione pubblica e mobilità elettrica», dei Proff. Luciano Morselli e Fabrizio Passarini (Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari”, UNIBO) su «La gestione sostenibile dei rifiuti», del Prof. Giorgio Prosdocimi Gianquinto (Dipartimento di Scienze Agrarie, UNIBO) su «Orti urbani e reti ecologiche» e la discussione generale. Le conclusioni sono state tratte dal Dott. Pasini e dal Prof. Rino Ghelfi (Presidente della Commissione Ambiente del Distretto 2072 del Rotary International, Dipartimento di Scienze Agrarie dell’UNIBO). I lavori si sono conclusi, come previsto, alle 13:00.

Testo tratto dall’articolo dello stesso autore., Alessandro Martelli, «Il Convegno di Modena – La rigenerazione urbana può dare una mano al clima», Villaggio Globale – Trimestrale di Ecologia, Clima, non è più un allarme (Tema: “Emergenze irrisolte”), www.vglobale.it, Anno XIX, N. 73, marzo 2016, ISSN 2039-7208.

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