Progettazione e design: il sogno e la realtà

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Il sogno e la realtà definizioni di design

Tre studi, tre filosofie progettuali a confronto. Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista di Paolo Schianchi a tre designer. Condotta sul modello della tavola rotonda, attraverso il dialogo vengono esplorate le diverse fasi della progettazione di un oggetto di design:
l’impulso creativo, la scelta concettuale ed espressiva del designer, la volontà dell’azienda.

L'intervista completa è disponibile su: AREA 106


P. Schianchi
Abbiamo di fronte tre studi molto diversi, che hanno successo e riscontro sul mercato e con questi vogliamo aprire un dialogo per fare il punto della situazione sul momento di crisi che il mercato sta vivendo. Cerchiamo quindi di capire insieme come il design possa aiutare le aziende a uscire da questo momento di difficoltà economica. La decisione di aver chiamato tre studi che hanno filosofie progettuali per certi versi molto diverse e anche contrastanti sottolinea la nostra volontà di condurre l’incontro ad un confronto diretto sui temi fondamentali. Evitando così di cadere in facili elogi l’uno dell’altro, perché il buonismo non ha mai aiutato nessuno.

S. Miranda
Ma allora vuoi il sangue!
M. Corradi Vogliamo che ci sia un confronto e che sia costruttivo.
P. Schianchi Mara ha una serie di domande che voleva porvi, anzi voleva porci, perché anch’io entro nella tavola rotonda come voce critica del settore.
M. Corradi Hai accennato alla differenza tra le personalità che abbiamo invitato ad intervenire. Io su questa differenza faccio leva per presentarvi due concezioni diametralmente opposte sull’oggetto come prodotto.
La prima è di Anty Pansera, di cui vi leggo una riflessione dell’anno scorso: «È l’anno delle Olimpiadi di Pechino: dovunque si parla di sport ma non di quegli “oggetti” strumenti, attrezzature che davvero sono “progettati” per la competizione, la perfezione delle prestazioni ad imporre quella coniugazione di forma, funzione che qui continua ad essere specificità del disegno industriale. E a riaffermare, anche se i più sono abituati a servirsi di racchette da tennis, mazze da golf, sky … prestando maggior attenzione al loro colore, alla marca, all’aspetto esterno che all’accuratezza del loro “disegno”, che sono ancora tra i pochissimi artefatti dove l’aderenza al loro funzionamento presuppone una coerenza assoluta con il loro aspetto, l’innovazione dei materiali e delle tecnologie fondamentali.»


Con queste parole, Anty Pansera dichiara che l’oggetto deve essere uno strumento di potenziamento delle facoltà umane. In contrapposizione, un’immagine del design che sintetizziamo con un brano tratto dal film “I laureati” di Leonardo Pieraccioni. Quattro studenti universitari trentenni squattrinati vivono insieme in un appartamento a Firenze senza alcuna voglia di crescere.
Per loro stessa ammissione, l’unica cosa che sono mai riusciti a realizzare è stato arredare la loro cucina, un “capolavoro” che riunisce pezzi rappresentativi del design italiano degli anni Novanta. Una notte per tutti insonne, si ritrovano in questa stanza che diventa metafora del loro collettivo esame di coscienza. [I presenti guardano il brano tratto dal film in questione. Leonardo, il protagonista, entra in cucina e si guarda intorno mentre gli altri 3 entrano dopo di lui. Leonardo si gira verso di loro ed esclama:] «Sembra proprio Disneyland eh! Ma che vogliamo fare ragazzi? Vogliamo stare tutta la vita a rimpiangere la Nutella? Ora basta con le merende! Da domani la ricreazione..din din din din … è finita!».

M. Corradi In questa scena noi riconosciamo molto bene gli arredi e gli oggetti: si tratta del nostro design, che viene chiamato provocatoriamente Disneyland e che è inteso quindi come divertimento, intrattenimento e comunicazione. Dove si trova la sintesi tra queste due opposte definizioni?

S. Miranda Pensando a quello che dice Anty Pansera, io mi domando perché le potenzialità degli oggetti debbano essere solo fisiche e non anche invece psicologiche. Se riferiamo le affermazioni della Pansera anche alla destinazione degli oggetti a strumenti che potenziano le facoltà emotive, allora non esiste contraddizione con il design rappresentato nel film di Pieraccioni.

M. Corradi
Vuole dire che sono finiti i tempi della funzionalità pura ed esaustiva?
S. Miranda (gesticola) Dico solo che, per tornare all’esempio dell’oggetto per lo sport, il muscolo è importante ma, la sua azione si regge sul sentimento. La storia dell’Italia è maestra nel dimostrare questo. Non c’erano motivi nel Quattrocento per far nascere un sentimento come quello del Rinascimento. Molti altri paesi si occuparono di guerra o di religione, mentre in Italia nacque il Rinascimento.
L. Palomba Io credo che queste due citazioni sul tema del design che ci hai portato siano molto interessanti, ma assolutamente non in contraddizione. Credo che disegnare un oggetto di design significhi progettare oggetti che possano essere ripetuti all’infinito, quindi in netta contrapposizione con il mondo dell’arte.
M. Corradi Intende dire che l’arte si distingue dal design per il carattere di eccezionalità, è un gesto irripetibile?
L. Palomba Per come lo concepiamo Roberto ed io, il design si differenzia perché nasce da una riflessione sulla società, producendo oggetti ripetibili all’infinito per infinite volte. Per fare un esempio un giorno una donna eccezionale inventò il tailleur. Ma non solo: Coco Chanel inventò come andava indossato, la serie di colori in cui andava realizzato, i gioielli a cui andava abbinato e persino la pettinatura di chi lo avrebbe indossato e il suo profumo, a scala industriale. Si trattò di un’invenzione tipologica non di una semplice soluzione per vestire, che Chanel lanciò nel mondo grazie alla visione della società a lei contemporanea. Per questo torno a dire che le due definizioni del design non sono in contraddizione, ma sono entrambe corrette.
Un prodotto industriale può essere legato a prestazioni altamente tecnologiche, come una racchetta da tennis, ma anche alle più diverse istanze culturali come il minimalismo, l’eclettismo, il pop…
Il problema è non capire, non sviluppare un senso critico: come nel caso in cui una donna di 100 kg indossi un tailleur di Chanel azzurro o ugualmente qualcuno arredi una cucina come quella che ci avete mostrato nel film.
M. Corradi Ma gli allestimenti e le scenografie che ci presentano questi arredi fanno desiderare a tutti di averli in casa. Come evitare a quel punto di creare Disneyland?

L. Palomba E’ un problema di errata comprensione del messaggio. Circa cinque anni fa noi facemmo un allestimento per un’azienda di articoli sanitari sul tema del colore rosa. Tutto era rosa: rivestimenti, oggetti, mobili.
Tempo dopo comprai una casa a Milano e vi trovai un bagno dello stesso colore.
Pensai a come questo architetto avesse potuto scambiare il progetto di un allestimento con quello un’abitazione.
Proporre un allestimento non è come progettare una casa, si tratta di un momento di ricerca.
M. Corradi Questo è un vostro bellissimo allestimento [la mostra “Faraway” per la presentazione dell’omonima collezione di rubinetteria, arredi e oggettistica per il bagno Zucchetti-Kos, ndr] ma qui voi non vendevate un prodotto, vendevate un concetto, un modo di vivere. L. Palomba Presentavamo una visione della società attraverso i prodotti.
M. Corradi Ma il vostro scopo era vendere un prodotto, ma mi pare che qui il prodotto sia passato in secondo piano. Non lo dico in senso negativo, ma vorrei capire cosa è successo.
L. Palomba Ogni azienda si esprime attraverso allestimenti in cui i prodotti sintetizzano una visione della società.
M. Corradi E’ la sua corporate identity. L’immagine o, non prenda male questo termine, il suo vestito. L. Palomba Il vestito è qualcosa che “sta sopra” le persone, l’essere “è” la persona. Partendo da un’analisi della società noi non creiamo solo dei vestiti ma anche ciò che è insito nel prodotto. L’immagine è un contenuto che nasce insieme al prodotto.
M. Corradi Io invece trovo che ultimamente i progetti degli allestimenti non abbiano più nulla a che fare con i progetti dei prodotti che espongono: che una cosa sia il prodotto e altra sia l’immagine. Questo che abbiamo preso ad esempio è un bellissimo progetto di un’immagine ma il prodotto non si distingue più.
L. Palomba Nel nostro settore esistono vari livelli di evoluzione. Noi non facciamo invenzioni che diventano brevetti, noi evolviamo qualcosa che già esiste.
P. Schianchi Certamente, il design è una continua traduzione di un’istanza che già esiste.
L. Palomba Esatto. E noi adesso siamo nella fase di racconto di un bagno che ha perduto i suoi standard. La società è rappresentata da persone che viaggiano. Da qui l’idea di ambientarlo sotto una tenda, come metafora di una società che viaggia.
M. Corradi Ma se all’interno dell’allestimento voi aveste dovuto esporre questo rubinetto [Copernico, progettato da King&Miranda per Fantini, ndr] invece del vostro, che cosa sarebbe cambiato?
L. Palomba (sorridendo) Eh…
S. Micheli Tutto sarebbe cambiato. L’allestimento sarebbe stato sicuramente un altro! Perché la vision allestitiva favorisce la lettura e quindi la comprensione di un nuovo stile di vita in relazione al nuovo prodotto, amplificandone senso e contenuto. Tanti di noi sono dei veri e propri “radiologi” dello stato culturale e sociale che appartiene alla nostra generazione e per questo sono capaci di costruire delle storie in grado di toccare il cuore e la mente del ricettore del messaggio. Il rubinetto Copernico avrebbe dovuto avere un supporto di comunicazione, una sua storia, un’immagine allestitiva di contorno e di esaltazione completamente diversa! Tanto diversa quanto è stato diverso l’impulso creativo, la scelta concettuale ed espressiva del suo designer, quale è stata la volontà propositiva dell’azienda che lo ha prodotto.
M. Corradi Però il Copernico è in catalogo dal 1991, quindi credo che non abbia avuto nessun bisogno di tutto questo supporto comunicativo! S. Miranda Ancora a catalogo? ma è un vero disastro … (scherza). E’ uno zombie… e noi siamo pieni di zombie così!
P. Schianchi Ma allora che cosa lo fa funzionare ancora sul mercato? La sua immagine o il prodotto in sé? Non staremo andando in una direzione progettuale in cui è più importante l’allestimento del prodotto stesso?
S. Micheli Ma no …
P. Schianchi Quello che voglio dire è che se avrò l’immagine avrò comunque l’impatto comunicativo che ne consegue, diversamente il prodotto non esisterà nemmeno.
S. Micheli L’immagine e l’allestimento sono due cose differenti … L’allestimento è da considerare come uno strumento per valorizzare il senso, la forza, la peculiarità di un prodotto. L’immagine è costituita da un plurimo insieme di situazioni non solo visive ma anche concettuali tese a definire i campi per la corretta percezione e valorizzazione di un prodotto. Se non esiste il prodotto non può esistere una narrazione!
S. Miranda Paolo, tu metti sempre in contrapposizione le due cose, ma non sono tali. Marcello Nizzoli disegnava sia le macchine da scrivere Olivetti che i negozi in cui venivano esposte, realizzando soluzioni eccellenti in entrambi i casi. C’era perciò una perfetta comunione di idee tra il prodotto e il modo in cui sarebbe stato presentato.
M. Corradi Ha detto bene, entrambi gli aspetti erano molto ben progettati e non succedeva che invece l’uno prendesse il sopravvento sull’altro.
Che la presentazione raccontasse di un prodotto inesistente, sbagliato, privo di innovazione. S. Miranda Quando dite così mi sembrate come quei critici d’arte che affibbiano etichette agli artisti …
L. Palomba In merito a questo argomento io cito spesso “I nuovi barbari” di Alessandro Baricco. Un saggio sulle mutazioni sociali dove l’autore racconta come oggi tutto sia fonte di esperienza, metamorfosi, arricchimento. Baricco illustra luoghi interessanti che chiama “stazioni di scambio” e cita come esempio Fnac: una libreria che contiene una caffetteria, musica, film, insomma tanti stimoli diversi per attrarre l’interesse dell’utente su quello che avviene oggi nel mondo. Questi interscambi sono all’origine del concept dello scatto/icona che voi vedete della collezione Faraway.
M. Corradi Eppure, solo per fare un esempio, tra chi aveva visitato l’evento di Axor a Palazzo Farnese a Milano durante il Fuorisalone non si parlava della collezione di Patricia Urquiola facendo attenzione agli arredi e alla rubinetteria, ma chiunque ne parlava facendo riferimento al suo allestimento.
S. Micheli Non credo! Si tratta di concetti che procedono in simbiosi, entrambi legati al credo aziendale, alla volontà e al disegno contenutistico del creatore. Le persone si riconoscono nelle visioni proposte e l’azienda di conseguenza vende meglio. Ma la comunicazione non è un’invenzione degli architetti contemporanei!
P. King In un certo senso vi stiamo dicendo che avete fatto male a porci questi due concetti come esempi in contrasto.
Forse ciò che Mara osservava si spiega perché in questo momento di difficoltà economica così grave è più facile e meno costoso investire in un allestimento che nello sviluppo di un nuovo prodotto.
L. Palomba Parli di crisi di mercato o di crisi di idee?
P. King Io non sento crisi di idee. Io credo che esista oggi una libertà espressiva senza precedenti, ancora più evidente per chi per anni si è sentito limitare il pensiero nei binari del “good design”. Non di meno io credo che le aziende stiano oggi subendo la crisi e quindi provvedendo con nuovi mezzi.
M. Corradi Non potrebbe essere che invece la colpa di questa crisi sia da rintracciare anche nell’eccesso di investimenti nel campo della comunicazione, investimenti che quindi sono stati tolti alla ricerca e allo sviluppo merceologico?
S. Miranda (gesticola) No, non saremo colpevoli anche noi di subprime! No riprendendo il discorso di Perry, io vorrei far notare che negli anni Settanta e Ottanta la competenza dei designer era la trasformazione dei materiali in oggetti d’uso. Oggi invece la società e il mercato chiedono concetti, indicazioni sullo stile di vita e ai designer intuizioni sul presente e sull’immediato futuro. M. Corradi Ma lei però non crea l’immagine del prodotto. Il vostro studio progetta ancora solo il prodotto.
S. Micheli Condivido in pieno quello che dice Santiago. Per moltissimi anni gli studi hanno lavorato solo sulla mera trasformazione della materia, una cosa banale e abbastanza facile. Invece lavorare sul contenuto, sulla radice che trasforma la materia e la fa diventare altro a servizio dell’umanità è oggi la grande scommessa del design.


L'articolo è un contributo estratto da AREA 106


@edilio_it