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Costruzioni e ambiente. L’importanza della sostenibilità in cantiere

Costruzioni e ambiente. L’importanza della sostenibilità in cantiere
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materiali, recupero, sicurezza cantieri

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Si è svolta il 23 aprile scorso la tavola rotonda sul tema "Produzione, smaltimento e riciclaggio dei rifiuti edili: una sfida per l’ambiente, una opportunità per l’innovazione tecnologica", un'iniziativa di SAIE e R come CantieRe per approfondire i temi della conversione delle aree dismesse, il trattamento dei cosiddetti rifiuti inerti e la salvaguardia delle risorse naturali. Di seguito il contributo dell'ing. Andrea Dari, Direttore tecnico SAIE e le video interviste ai relatori.

SAIE, che rappresenta da oltre 50 anni l’appuntamento fieristico delle costruzioni italiane,
e che nel corso di questa sua lunga storia ha affiancato lo sviluppo delle costruzioni con il riconosciuto ruolo di promuovere la cultura tecnica e l’innovazione tecnologica, consentendo un puntuale incontro tra le istituzioni e il mondo delle professioni, le associazioni di imprese e le aziende, affronta anche nel 2015 gli argomenti connessi con il costruire sostenibile.

I temi del costruire sostenibile, dello stop al consumo del suolo e al consumo delle risorse sono oggi finalmente entrati nella coscienza pubblica e di chi opera nel settore delle costruzioni. I diversi studi disponibili sul tema del consumo dell’energia infatti quantificano in una percentuale variabile tra il 40 e il 60% quella connessa con i sistemi di riscaldamento, raffreddamento e funzionamento degli edifici.

Ri_Costruire è quindi una priorità, ma nel significato più ampio e profondo del termine. Non semplicemente Ri_Costruire un singolo edificio, ma Ri_Costruire i nostri spazi, tenendo conto delle nuove esigenze di vita, quindi dei costi di costruzione, certo, ma anche dei costi di manutenzione, dei costi di gestione, dei costi chiamo di “vita” quindi lavoro, tempo libero, interconnessione e così via.

Vi sono tuttavia due ulteriori fattori che devono essere presi in considerazione parlando di stop al consumo di risorse, e quindi di sostenibilità:

  • il consumo di risorse naturali in fase di costruzione
  • il fine vita degli edifici e dei materiali utilizzati

Si tratta di due voci strettamente connesse, in cui il passaggio chiave è la trasformazione del concetto di “fine vita” in “fine ciclo”.

Le amministrazione comunali troppo spesso sono state attente a concedere spazi per nuove costruzioni in cambio di oneri e imposte e si sono dimenticate poi di stabilire delle regole chiare sul fine ciclo.

Pensiamo ai totem dell’abbandono, quegli edifici in genere residenziali o turistici (p.e. le colonie) che caratterizzano parti importanti del nostro panorama.
Perché continuano a sfidare l’azione del tempo? Principalmente per tre motivi:

  • perché demolire costa e ora ci sono pochi soldi;
  • perché l’obiettivo del proprietario è quello di fare aumentare i coefficienti volumetrici e non perderli, quindi si tiene in piedi l’edificio in attesa che la PA li conceda;
  • perché in Italia da un punto di vista fiscale conviene ristrutturare invece che costruire.

La normativa amministrativa esistente quindi oggi favorisce il mantenimento dei totem dell’abbandono piuttosto che la loro demolizione in attesa di poter procedere alla nuova costruzione.

Ma il problema come dicevo c’è anche nelle nuove costruzioni, in cui il parametro del LIFE CICLE ASSESMENT non è praticamente considerato, se non nei rari casi di edifici certificati secondo specifici protocolli ambientali.

Esistono diverse definizioni di LCA in edilizia. Tra quelli che mi piacciono di più ve né uno datato del SETAC del 1990, in cui LCA è definito come il “procedimento oggettivo di valutazione dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo o un’attività, effettuato attraverso l’identificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente. La valutazione include l’intero ciclo di vita del processo o attività, comprendendo l’estrazione e il trattamento delle materie prime, la fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento finale”.

Partendo dunque dall’affrontare il tema del fine ciclo siamo arrivati anche a toccare quello dell’utilizzo di risorse in fase di costruzione. A seconda di come affrontiamo questi temi possiamo trovarci in un ciclo virtuoso o dannoso, in un’ascesa al paradiso o una discesa all’inferno. Il ciclo virtuoso è “seleziono le materie prime seconde – permettetemi di non parlare di rifiuti – a fine ciclo per consentirne un uso a inizio ciclo e non consumare risorse”.

Non è un problema solo di norme, è un problema di teste.
Già con il DM n. 203 dell’8 maggio 2003, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio Altero Matteoli definiva regole e definizioni affinché “le Regioni adottino disposizioni, destinate agli enti pubblici e alle società a prevalente capitale pubblico, anche di gestione dei servizi, che garantiscano che manufatti e beni realizzati con materiale riciclato coprano almeno il trenta per cento del fabbisogno annuale.”
E veniva costituito il “repertorio del riciclaggio (RR) contenente: l'elenco dei materiali riciclati e l'elenco dei manufatti e beni in materiale riciclato, indicante l'offerta, la disponibilità e la congruità del prezzo”. Repertorio che doveva essere gestito dall’Osservatorio Nazionale dei Rifiuti, per il quale si predisponeva anche un sito, con indirizzo www.osservatorionazionalerifiuti.it. Il sito è attivo, e collegandosi compare la scritta: “L'Osservatorio Nazionale dei Rifiuti non è operativo.

Non stiamo a ricordare il lungo elenco di provvedimenti che poi sono seguiti nel tempo perché l’esperienza ci insegna che purtroppo ad ogni norma che stabilisce una scadenza ne segue una che la sposta. Un esempio? Il Milleproroghe ha spostato dal 30 giugno al 15 dicembre il termine entro cui gli scarti delle membrane per l’impermeabilizzazione non potranno andare in discarica urbana (potere calorifico superiore > 15.000 kj/kg). Un altro milleproroghe aveva spostato la scadenza dal 31 dicembre 2014 al 30 giugno, e in realtà sono 8 anni che il provvedimento viene prorogato. Ho parlato ieri con alcuni addetti al settore e sono certi che prima o poi il provvedimento verrà cancellato.

E’ vero, il gestire questi scarti ha un costo, ma un costo sicuramente inferiore a quello che si dovrebbe sostenere come collettività nel non selezionare un materiale che potrebbe essere fonte di energia nei forni del cemento, oppure un filler per i conglomerati bituminosi, destinandolo a diventare un veleno per i prossimi milioni di anni nei nostri terreni .

E’ un problema di testa anche da un punto di vista tecnico, perché le norme che consentono l’uso dei materiali riciclati esistono. Pensiamo alla destinazione più qualificata, quella dei materiali per le strutture. Bene, le NTC in vigore ammettono l’uso degli inerti provenienti da processi di riciclo conformi alla norma europea armonizzata UNI EN 12620. Ci sono studi e contro_studi che evidenziano come sia possibile realizzare calcestruzzi di qualità utilizzando quantità importanti di inerti provenienti dal riciclo. Eppure l’uso di prodotti di riciclo è irrisorio.
Negli Stati Uniti nella costruzione del più importante edificio del XXI SECOLO, per il significato che si porta dietro, la Freedom Tower, poi ridenominata One World Trade Center, i principali articoli che sono stati pubblicati non riguardavano la meravigliosa architettura di Daniel Libeskind, poi modificata, ne che fosse l’edificio più alto degli USA, ma che per la scelta dei materiali si era ottenuta una riduzione della Carbon Footprint di una quota superiore al 40%.
Da un punto di vista della gestione, infatti, si può evidenziare che il 70 per cento di energia pulita è prodotta da un sistema di celle a combustibile in grado di fornire 4,8 milioni di watt/h e il calore di scarto generato dagli impianti è riutilizzato per il riscaldamento dell’acqua sanitaria e il funzionamento degli impianti di condizionamento nella stagione estiva. Anche il vento che batte sulle facciate viene convertito in energia e, nelle giornate più soleggiate, si attiva automaticamente un impianto di riduzione dell’intensità delle luci artificiali. La raccolta di acqua piovana serve per i sistemi di raffreddamento e antincendio.
Ma non è tutto: per costruire la Freedom Tower si sono utilizzati materiali riciclati al 75 per cento e legno certificato Fsc proveniente da foreste dove si eseguono rigorosi protocolli ambientali, sociali ed economici. Per quanto riguarda il calcestruzzo si è utilizzato l’i-crete, un calcestruzzo che grazie a un particolare mix design e uso di materie prime seconde – stiamo parlando di 183.000 metri cubi – si è avuto una riduzione della carbon footprint del 40% rispetto a un materiale tradizionale.

È un problema di testa quindi, e riguarda l’intero mondo delle costruzioni, perché oggi una norma intelligente può favorire un ampio riuso di materiali “di scarto” e una norma “meno intelligente” può bloccare un cantiere strategico per anni. Si pensi alla variante di valico, un’opera a cavallo di due regioni. In una, questa, una norma chiara e applicabile ha consentito di proseguire nei lavori malgrado l’enorme complessità territoriale. Nell’altra una normativa “difficile da applicare” ha di fatto bloccato per anni i cantieri. Non sono io ad affermarlo. Basta andare sul sito dell’opera, dove in questi giorni è stato pubblicato un aggiornamento:  “Questi cantieri hanno subito una sosta di oltre un anno a causa di un'indagine della Procura di Firenze in materia di terre e rocce di scavo. La tanto attesa entrata in vigore del Nuovo Regolamento, relativo alla gestione delle terre e rocce da scavo (D.lgs n° 161 del 10.08.2012) sbloccherà la situazione. Questo decreto chiarisce molti aspetti sull'utilizzo dei materiali di scavo provenienti dai grandi cantieri e dovrebbe rendere possibile l’apertura al traffico della prima tratta della VAV in breve tempo.”

Riepilogando quindi per perseguire una corretta politica della riduzione del consumo di risorse è necessario avere norme che facilitino e in alcuni casi obblighino il riuso di materie prime seconde e materiali provenienti dal riciclo o dalla demolizione selettiva, committenti e professionisti che rendano il Life Cycle Assesment una fase fondamentale del processo decisionale negli interventi di costruzione o ristrutturazione, e un mercato che valorizzi l’applicazione dei protocolli ambientali per ogni tipo di edificio.

E la naturale tendenza in questa direzione ha degli effetti anche per le attività di cantiere, e non solo per le opere di grande dimensione. Anche perché i dati delle costruzioni italiane evidenziano come ormai l’asse portante del settore siano le piccole e medie ristrutturazioni.
Se si vuole quindi ottenere dei risultati tangibili non possiamo pensare di limitare questo cambiamento del paradigma solo alle grandi opere ma anche agli interventi di ristrutturazione nelle case singole e nei condomini. In fase di progettazione degli interventi, innanzitutto, con una corretta scelta dei materiali, tenendo conto che un giorno questi dovranno essere demoliti e possibilmente riutilizzati. E poi nell’attività di cantiere, dove si dovrà insegnare alle aziende a demolire in modo selettivo, differenziare lo stoccaggio dei cosiddetti rifiuti inerti e di quelli connessi alle lavorazioni.
Attività che non comportano solo un problema di testa ma anche logistico. Si pensi ai cantieri urbani, spesso con limitati spazi di movimentazione e stoccaggio. Si pensi poi al continuo evolversi delle normative, che costringe ogni azienda a dover aggiornare costantemente la propria organizzazione sul tema dei rifiuti, dotarsi di chiavette, registri, sistemi di stoccaggio, contratti di smaltimento … Lavorare sostenibile è un obbligo inderogabile per chi opera nelle costruzioni ma rappresenta anche problemi, oneri, costi da affrontare.

SAIE per approfondire questi temi del cantiere organizza per il secondo anno consecutivo R come CANTIERE. Il salone, realizzato con la collaborazione di FE.DA.,  prevede una serie di approfondimenti, prima e durante la manifestazione, e tratterà le tematiche connesse alla demolizione selettiva e qualificata, alla selezione differenziata, allo stoccaggio, al trasporto, al rispetto formale delle norme e alle soluzioni innovative per poter affrontare al meglio ogni problematica, in particolare quelle di cantiere.
SAIE affronterà queste tematiche anche con i professionisti: la SAIE ACADEMY, la vera e propria scuola della professione che già nella sua prima edizione ha raccolto quasi 10.000 iscritti, rilasciando crediti formativi riconosciuti da ingegneri, architetti, geologi, geometri e periti, nel 2015 dedicherà al Life Cycle Assesment un peso rilevante nei 28 seminari previsti. Tutto questo al 51° SAIE, presso Bologna Fiere dal 14 al 18 ottobre 2015.

 


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