Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies tecnici. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookies Policy    

#Antisismica. E' la magnitudo che misura la pericolosità?

@ENEAOfficial

Antisismica. E' la magnitudo che misura la pericolosità?
Vota questa notizia (1 voti):


Condividi:
      
Invia ad un amico
Stampa



 

di Alessandro Martelli

Note basate sulle informazioni in parte fornite dal Global Disaster Information Network o rese disponibili dal Gruppo Facebook Terry-1.Italia
 

 

 

Nel 2016 si sono già verificati numerosi terremoti in varie parti del pianeta (Italia ed altri paese europei compresi). Essi sono stati violenti (o, comunque, di magnitudo significativa) soprattutto lungo il cosiddetto “Anello di Fuoco” (“Ring of Fire”), cioè in alcuni paesi asiatici, negli Oceani Indiano e Pacifico e nelle aree bagnate da quest’ultimo, nelle Americhe dall’Alaska fino al Cile (Figura 1). Da citare sono soprattutto, per le conseguenze che hanno avuto in termini di vittime e danni (anche se per motivi diversi), i sismi che hanno colpito Taiwan il 5 febbraio, l’isola giapponese di Kyushu il 14 ed il 15 aprile e l’Ecuador il 16 aprile. Si noti che evento giapponese del 14 aprile era stato preceduto, il 10 aprile in Afghanistan e, soprattutto, il 13 aprile nel Myanmar, da terremoti di magnitudo (M) ben superiore rispetto a quella del primo evento dell’isola di Kyushu(nel caso dell’evento del Myanmar non molto più bassa di quella del secondo evento di Kyushu del 15 aprile). Riporto brevemente, nel seguito, alcune informazioni e considerazioni sugli eventi summenzionati, in parte inviatemi, a scopo divulgativo, dal Global Disaster Information Network (GDIN)1 ed in parte basate su quanto reso disponibile in Facebook dal gruppo Terry-1.Italia2, o, in Internet, da altri media (La Repubblica, La Stampa, MeteoWeb, scienzeedintorni in aldopiombino.blogspot.it, Temblor.net).

 

1. Il terremoto di Taiwan del 5 febbraio

Il terremoto di Taiwan del 5 febbraio (M = 6,4) ha avuto epicentro a 22 km a nord-est della città meridionale di Pingtung, la più antica dell’isola (Figura 2). Si è trattato di un evento abbastanza superficiale (la profondità ipocentrale risulta essere stata di 16,7 km). Esso è stato seguito da alcune repliche (aftershock) e nuovi terremoti, assai meno violenti, ma di entità significativa, anche in marzo ed aprile (ad esempio M = 4,9 e 5,4 il 16 aprile e M = 5,3 il 27 aprile). Si ricorda che, nel 1999, Taiwan era già stata devastata da un terremoto ben più violento (M = 7,6), che aveva causato 2.400 vittime: fu dopo tale evento che, nell’isola, fu migliorata sensibilmente la normativa sismica ed iniziò una consistente applicazione dei sistemi antisismici3.
Anche l’evento del 5 febbraio scorso, sebbene sia stato assai meno violento di quello del 1999, ha causato numerose vittime (almeno 114), gravi danni e dissesti vari (Figure 3-8). Inoltre, il servizio ferroviario dell’alta velocità è stato a lungo sospeso, nella parte meridionale del paese. Le vittime, però, sono state in gran parte provocate dal crollo del Weiguan Jinlong, un edificio di 17 piani nella città di Tainan, poi risultato con gravi difetti di costruzione. I feriti soccorsi dalle squadre intervenute sul posto del crollo sono stati circa 550 (di cui oltre 280 estratti dalle macerie). Tre ex alti dirigenti dell’impresa che aveva costruito l’edificio sono stati poi arrestati, perché sospettati di non aver rispettato i già allora vigenti standard di sicurezza nei lavori di costruzione (terminati nel 1994).

2. Il terremoto dell’Afghanistan del 10 aprile

Il 10 aprile si è verificato in Afghanistan, a 39 km ad ovest-sud-ovest da Ashkasham, nella regione di Hindu Kush (vicino alle frontiere con il Tagikistan ed il Pakistan), un terremoto di magnitudo momento Mw = 6,6 (Figura 9). Tale evento ha causato danni e provocato frane, anche in Pakistan ed India (Figura 10), pure a diverse centinaia di chilometri dall’epicentro. Però, nonostante l’entità significativa dell’evento e la notevole vulnerabilità sismica di molte costruzioni presenti nelle aree colpite, l’evento non è stato devastante ed il numero di vittime è stato limitato (qualche giorno dopo il terremoto ne erano state accertate solo 6, in Pakistan). Ciò è stata una conseguenza non solo della scarsa popolazione presente nelle zone colpite, ma anche (e soprattutto) della notevole profondità dell’ipocentro (più precisamente denominata profondità “intermedia”, come sono definite quelle comprese tra 70 e 300 km): infatti, secondo i dati diffusi dall’United States Geological Survey (USGS), tale profondità è stata di 210 km (a ciò si deve pure il fatto che gli effetti del terremoto si siano sentiti anche tanto lontano dall’epicentro).

3. Il terremoto del Myanmar del 13 aprile

Tre giorni dopo il terremoto in Afghanistan, il 13 aprile, si verificato un evento di magnitudo ancora maggiore (M = 6,9, secondo i dati divulgati dall’USGS) nelMyanmar (già Birmania) occidentale. L’epicentro è stato a 74 km sud-est da Mawlaik (Burma), a circa 500 km a nord-est della faglia di Sunda. Il terremoto è stato avvertito fino in Bangladesh, Cina ed India (nel West Bengala, Bihar ed Assam, nonché, in modo meno intenso, anche nella regione di New Delhi). Secondo l’USGS, il sisma sarebbe stato avvertito da ben 42 milioni di persone e, tra queste, in modo rilevante da almeno 745.000.
I danni provocati dall’evento sono stati significativi, sia agli edifici che alle strade (Figure 11-14), ma, almeno inizialmente, non si aveva notizia di vittime. Anche in questo caso, sia il fatto che gli effetti del sisma si siano sentiti pure a tanta distanza dall’epicentro, sia quello che il numero di vittime sia risultato quantomeno assai limitato (nonostante la magnitudo significativa dell’evento e l’elevata vulnerabilità sismica di molta parte del costruito) sono da ascriversi alla consistente profondità ipocentrale (circa 140 km, cioè nuovamente ad una profondità “intermedia”, anche se inferiore rispetto a quella del terremoto dell’Afghanistan).
Si noti che la regione ove si è verificato il terremoto del 13 aprile (con qualche aftershock di entità moderata, ad esempio quello di magnitudo M = 4,6 del giorno dopo) registra eventi sismici abbastanza regolarmente: nel secolo scorso ve ne erano stati 38 di magnitudo M = 6,0 o superiore, di cui 11 di profondità ipocentrale “intermedia”. Tra questi ultimi, il più violento fu il sisma dell’agosto 1988 (M = 7,3), con epicentro nella Birmania settentrionale (a circa 200 km a nord dell’evento del 13 aprile scorso), che causò molte vittime e feriti. Il terremoto noto più violento a colpire l’attuale Myanmar fu, però, quello del settembre 1946 (M = 8,0), con epicentro a circa 130 km a nord-est di quello dell’evento del 13 aprile scorso, ma probabilmente disastroso (sebbene ne siano poco noti gli effetti), anche perché abbastanza “superficiale” (infatti la profondità dell’ipocentro fu, nel 1946, di soli 15 km).

4. I terremoti dell’isola giapponese di Kyushu del 14 e 15 aprile

Giovedì 14 aprile (cioè il giorno successivo a quello del terremoto del Myanmar citato nel paragrafo precedente), quando in Giappone era tarda sera (erano le 21:26), si è verificato un primo terremoto violento, di magnitudo momento Mw = 6,1, ad est della città di Kumamoto (capitale dell’omonima prefettura). Tale prefettura si trova nell’isola diKyushu, che è la terza, in ordine di grandezza, delle quattro maggiori isole dell'arcipelago giapponese ed è situata nella parte sud-occidentale del paese (Figura 15). L’evento suddetto ha provocato le prime vittime ed un migliaio di feriti. Esso è stato seguito, nelle otto ore successive, da aftershock significativi (alcuni di Mw > 4,5), poi, nelle successive 20 ore, solo da scosse di entità limitata. Il 15 aprile, però, si è verificata una seconda scossa, assai più violenta (20 volte) di quella del giorno precedente (Mw = 7,0 – si veda la Figura 16), che è poi stata seguita da aftershock anch’essi piuttosto violenti (alcuni di Mw > 5,5), che hanno ostacolato le operazioni di emergenza. Il 19 aprile nell’isola diKyushu si erano verificate, dal 14 aprile, oltre 600 scosse, con epicentri in corrispondenza della congiunzione delle faglie di Hinagu e di Futagawa, nella Prefettura di Kumamoto ed in quella adiacente di Oita.
I terremoti dell’isola di Kyushu sono stati assai “superficiali”: infatti, la profondità ipocentrale di ambedue gli eventi principali del 14 e del 15 aprile è stata alquanto bassa (11 km nel primo caso e 10 km nel secondo). Ciò li ha resi entrambi devastanti, nonostante la magnitudo “moderata” del primo, con valori dell’accelerazione orizzontale massima del terreno (Peak Ground Acceleration o PGA) assai elevati (fino ad oltre 0,8 g, cioè fino a valori della PGA pari a più dell’80% dell’accelerazione di gravità, non solo nell’area epicentrale ma, verso nord-est, anche a 50 km dall’epicentro – Figura 16). Più precisamente, entrambi tali eventi ed i loro aftershock hanno causato gravi danni, soprattutto nelle due succitate prefetture (Figure 17-30) ed anche (cosa inusuale per il Giappone, abituato ad eventi ben più violenti) un numero non trascurabile di vittime: il 19 aprile, nella sola Prefettura di Kumamoto, se ne contavano 44, oltre a 1.000 feriti (il numero totale dei feriti risultava maggiore di 2.000 già poco dopo la seconda scossa del 15 aprile). Inoltre, gli sfollati erano 125.000 nella Prefettura di Kumamoto e più di 3.500 in quella di Oita (essi sono stati assistiti presso uffici, scuole e parcheggi). Mashiki è stata la città più colpita, trovandosi vicino a due faglie attive ed al Monte Aso, il vulcano più attivo dell'isola, che ha anche eruttato, con nuvole di fumo alte fino a 100 metri, facendo salire il livello di allerta a 2 in una scala con valore massimo di 5. Non si è, invece, verificato alcun maremoto (tsunami), a causa sia della posizione degli epicentri, sia dell’entità non eccessiva dei sismi, sia del fatto che essi non hanno creato alcun crollo del fondale marino (l’allarme tsunami immediatamente diffuso è stato presto ritirato).
Nell’isola di Kyushu 1.700 abitazioni sono state distrutte, più di 200.000 sono rimaste senza elettricità e 380.000 senza servizi idrici. Un incendio ha distrutto un edificio residenziale a Yatsushiro City (Figura 29). Frane hanno coinvolto le principali arterie stradali ed autostradali (Figure 25-28), diversi ponti sono crollati e si è resa necessaria la chiusura dell'aeroporto di Kumamoto. Moltissime aziende sono state costrette ad interrompere la produzione e ad evacuare i loro dipendenti: ad esempio, le case automobilisticheToyota e Honda hanno fermato le attività (nei loro stabilimenti di Kumamoto City e, rispettivamente, di Ozu), in attesa di stabilire l'entità dei danni subiti, i dirigenti dellaPanasonic hanno deciso di sospendere le attività dopo la seconda scossa nella loro fabbrica di Nagomi (che era stata riaperta dopo il primo sisma del 14 aprile), è stato necessario evacuare i dipendenti della Sony dello stabilimento di semiconduttori a Isahaya (nella Prefettura di Nagasaki), durante il turno notturno, e la Bridgestone, il 16 aprile, non era ancora riuscita a far ripartire la sua produzione di pneumatici.
Invece, non si sono riscontrate situazioni anomale nell’impianto nucleare della Kyushu Electric Power Company, situato a 120 km a nord-est dell’epicentro del primo terremoto principale del 14 aprile, neppure dopo il secondo evento del giorno successivo. Ciò si è verificato anche grazie agli ampi margini di sicurezza che sono da tempo adottati nella progettazione sismica degli impianti nucleari, almeno in paesi evoluti, come il Giappone (d’altra parte, anche in occasione del terremoto di Tohoku del 2011, i danni prodottosi nella centrale nucleare di Fukushima non furono dovuti al sisma, bensì al successivo tsunami da esso indotto, la cui possibile entità, invece, era stata sottovalutata4).
In generale, i due eventi principali del 14 e del 15 aprile sono stati risentiti in modo maggiore rispetto al già citato terremoto di Tohoku del 2011, nonostante quest’ultimo fosse stato di magnitudo molto più elevata (M = 8,9)4. La ragione di ciò è da ascriversi alle diverse posizioni degli epicentri, oltre che alla minore profondità ipocentrale ed alla lunga sequenza di forti scosse (molte strutture colpite dalla scossa principale del 15 aprile erano già state danneggiate da quella del giorno precedente): mentre per i sismi di aprile 2016 questi erano situati nell’entroterra, l’epicentro del terremoto di Tohoku del 2011 era stato nell’Oceano Pacifico (a circa 50 km al largo del Distretto di Sendai, nella parte settentrionale del paese); inoltre, nel 2011, l’ipocentro era stato più profondo (circa 30 km). Infatti, il terremoto di Tohoku provocò vittime e danni (inclusi, come si è detto, quelli alla centrale nucleare di Fukushima) soprattutto a causa del successivo violento maremoto da esso innescato4.
È poi da notare che, sebbene il primo dei due eventi principali dell’isola di Kyushu (quello del 14 aprile) sia stato caratterizzato da una magnitudo assai inferiore a quelle di due sismi violenti che lo avevano di poco preceduto in Asia (quello dell’Afghanistan del 10 aprile, M = 6,6, e quello del Myanmar del 13 aprile, M = 6,9, citati nei Parr. 2 e 3), già esso ha causato un numero di vittime e danni molto maggiori. La ragione di ciò è da ascriversi non solo alla molto maggiore urbanizzazione, ma anche alla molto diversa profondità degli ipocentri: infatti, questi ultimi erano stati molto più profondi in Afghanistan e Myanmar (Parr. 2 e 3).
Infine, si noti che sia la magnitudo, sia la profondità ipocentrale, sia la posizione degli epicentri dei terremoti dell’isola di Kyushu sono molto più simili (rispetto a quelle che avevano caratterizzato l’evento di Tohoku del 2011) a quelle di sismi che possono verificarsi (e si sono verificati) in Italia: c’è veramente da chiedersi se anche noi potremmo cavarcela, nel caso di eventi simili a quelli che hanno colpito l’isola di Kyushu, con il numero di vittime (certamente significativo, ma non enorme) ed i danni là verificatisi.

5. I terremoti dell’Ecuador del 16 aprile

Il 16 aprile, cioè il giorno dopo la seconda scossa principale che aveva colpito l’isola giapponese di Kyushu, un terremoto ancora più violento (Mw = 7,8, con profondità ipocentrale di 20 km) si è verificato dall’altra parte dell’Oceano Pacifico (Figura 31). L’epicentro è stato nell’oceano, a circa 25 km dalla costa ecuadoriana (di fronte alla città costiera di Muisne ed a 169 km a nord-ovest della capitale Quito). Tale terremoto è stato seguito da una serie di violenti aftershock, che hanno continuato a verificarsi per diversi giorni (il 20 aprile ve ne è stato uno di magnitudo M = 6,1).
Il terremoto ha devastato Muisne ed altre città costiere (Figure 31-46), in particolare Pedernales (nota località turistica) e Cojimies, ha lasciato migliaia di edifici senza energia elettrica ed ha reso molti ospedali inutilizzabili (Figura 38). Esso è stato avvertito anche a centinaia di chilometri di distanza, pure a Quito e nella grande città commerciale di Guayaquil, dove le strade si sono riempite di macerie ed alcuni edifici ed infrastrutture (Figura 37) sono risultati fortemente danneggiati o sono parzialmente crollati.
Il 24 aprile le vittime accertate risultavano 646 (fra le quali 29 stranieri) ed i feriti oltre 12.000. Vi era però ancora grande incertezza sul numero dei dispersi (e, quindi, sul reale numero di vittime): il 20 aprile, secondo i dati forniti dal Ministero della Difesa, essi erano 231, ma secondo il Ministero degli Interni circa 2.000 persone risultavano scomparse, in base a quanto emergeva da uno speciale elenco istituito dalle autorità. Il numero suddetto è fortunatamente sceso a 130 il 24 aprile, giorno nel quale è stato reso anche noto che gli sfollati erano oltre 26.000.
Fortunatamente, neppure questo terremoto ha innescato alcuno tsunami, nonostante l’epicentro nell’oceano e l’elevata magnitudo (quest’ultima, probabilmente, non era ancora sufficientemente elevata, in assenza di cedimenti del fondale dell’oceano in corrispondenza dell’epicentro, per provocare uno tsunami).

6. Monito conclusivo, per noi italiani

Le immagini dei danni provocati dai recenti eventi sismici descritti nei paragrafi precedenti testimoniano, ancora una volta, gli effetti devastanti che un terremoto violento può produrre, soprattutto nei paesi ove l’edificato è molto vulnerabile (come, del resto, era già accaduto un anno fa in Nepal5). Soprattutto devono farci pensare i danni provocati in Giappone (paese assai più avanzato di altri quanto a sicurezza sismica delle costruzioni) dai terremoti che hanno colpito l’isola diKyushu, perché le caratteristiche di tali eventi sono state assai simili a quelle di terremoti che possono verificarsi anche in Italia: si ricordi, in particolare, che in Italia risultano essersi già verificati eventi di magnitudo nettamente superiore a 7,0 e che dal 70% all’80% del nostro edificato non è in grado di resistere ai sismi che possono colpirlo5,6.
In generale, poi, è da sottolineare come la magnitudo di un terremoto non sia l’unico parametro a determinarne le conseguenze: esse sono ovviamente molto influenzate, oltre che dalla pericolosità sismica, anche dall’urbanizzazione dell’area colpita e dalla vulnerabilità sismica e dall’esposizione del costruito in essa esistente. La pericolosità sismica, poi, dipende anche da parametri come la profondità ipocentrale, l’estensione della rottura della faglia interessata dal terremoto (dato a me non noto, per i terremoti decritti in questo articolo) e, in modo molto consistente, dalle amplificazioni locali (che dipendono dal tipo di terreno sul quale sorgono le costruzioni, più o meno soffice, presente al di sopra del cosiddetto bedrock o “suolo rigido”, al quale si riferiscono i valori di PGA).

Fonte: numero di aprile di 21mo Secolo.


Bibliografia
1 Walter Hays (2016), Informazioni sui terremoti dell’isola di Kyushu del 14 e 15 aprile 2016 e del terremoto dell’Ecuador del 16 aprile 2016, distribuite agli aderenti al GDIN.
2 Massimo Valle et al. (2016), Informazioni distribuite agli aderenti al Gruppo Facebook Terry-1.Italia sui terremoti avvenuti, a livello mondiale, nel 2016.
3 Alessandro Martelli (2015), «I seminari annuali del GLIS di Avezzano e la 14th Conference dell’ASSISi di San Diego – Note sui due seminari (29-30 maggio), sulla conferenza (9-11 settembre) e sulle altre recenti e prossime manifestazioni del GLIS», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 2/2015 (ottobre), pp. 14-22.
4 Alessandro Martelli e Giuliano Panza (2011), «Il terremoto di Christchurch ed il terremoto e maremoto di Tohoku – Il 2011 inizia con due violenti eventi sismici, il primo il 21 febbraio in Nuova Zelanda ed il secondo, ancora più forte e seguito da un devastante tsunami, l’11 marzo in Giappone. Gravi i danni e le distruzioni causati dai due eventi, ma nuove evidenze dell’efficacia dell’isolamento sismico – Le attività già effettuate dal GLIS nel 2011 e quelle previste, anche a seguito degli eventi suddetti», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1-2011 (maggio), pp. 5-16.
5 Alessandro Martelli (2015), «Quando il sisma è violento e l’edificato è molto vulnerabile – I terremoti che hanno devastato il Nepal il 25 ed il 26 aprile – Alcune prime informazioni delGlobal Disaster Information Network», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1/2015 (aprile), pp. 25-27.
6 Alessandro Martelli (2015), «Tuttora in attesa di serie politiche di prevenzione sismica – Verso il 2016, non dimenticando chi perse la vita nel 2009 in Abruzzo e nel 2012 in Emilia – Le più recenti manifestazioni patrocinate dal GLIS e gli eventi già programmati, per promuovere una più vasta, ma corretta, applicazione dei sistemi antisismici», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 3/2015 (dicembre), pp. 12-28.
 

 


@edilio_it



Network

Network Edilio Network Edilio Network Edilio Network Edilio Network Edilio Network Edilio Network Edilio Network Edilio



Media Partner

Partner Edilio Partner Edilio Partner Edilio